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Helmut Marko e Pierre Gasly

Helmut Marko, l’adivisor della Red Bull, torna a parlare di Pierre Gasly.

Siamo ormai abituati al fatto che non le mandi a dire, ma mai come questa volta le dichiarazioni rilasciate a Motorsport.com e sul canale YouTube di Formel1.de, risultano pungenti ed a tratti provocatorie, principalmente nei confronti di alcuni piloti, primo tra tutti Pierre Gasly.

Se nel 2019 i dettagli della rottura Gasly – Red Bull erano sapientemente rimasti nell’ombra, è nell’ultimo mese che il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Finalmente, pezzo per pezzo, stiamo riuscendo a ricostruire lo scenario che ha portato alla situazione attuale. Tutto si può dire fuorchè si sia trattato di un divorzio felice.
È il momento di capire cosa sia successo, ma soprattutto come.
Tutto questo ci servirà alla fine per riflettere, in generale, sull’approccio che la Red Bull manifesta sistematicamente con il secondo sedile, o con chiunque non sia Max Verstappen.

La Toro Rosso, oggi Alpha Tauri, si sa, equivale alla primavera della Red Bull.
Se aspiri a varcare i cancelli di Milton Keynes devi prima superare il tirocinio a Faenza.
E seppure dovessi riuscirci, sia chiaro che, così come sei entrato, tanto puoi uscire.
C’è chi ha preso la porta di sua sponte, prima che fosse troppo tardi. Chi è rimasto come inserviente e chi invece è stato accompagnato all’uscio. Sono molteplici i destini di chi transita per di lì.

Da sinistra, Verstappen. Kvyat, Gasly ed Albon

Ma ora ci occuperemo della storia di Pierre Gasly, forse la più avvincente ma anche border-line poiché, nonostante la rottura non sia più così fresca, la ferita è ancora aperta ed esposta più che mai.
Perché adesso? Solo ora inizia a trapelare la realtà dei fatti, tra ammissioni e provocazioni.
Ma torniamo al campionato 2019 e ad un Gasly che occupava la seconda seduta della Red Bull, e lo facciamo proprio dal suo punto di vista, condiviso da Pierre stesso su The Players Tribune (https://www.theplayerstribune.com/posts/pierre-gasly-formula-one-racing).

“Quindi, dopo un anno davvero positivo con la Toro Rosso nel 2018, ho ricevuto una telefonata da Helmut Marko per farmi sapere che mi volevano alla Red Bull. Avevano vinto così tanti campionati e Sebastian Vettel era stato una tale fonte di ispirazione per me da bambino – sapevo che avrei voluto guidare come lui un giorno. Stavo realizzando un sogno ed ero così eccitato. Vorrei poterti dire che era esattamente quello che pensavo che sarebbe stato, quello che volevo che fosse. Ma non fu così.

“Dall’incidente nei test invernali la stagione non è mai iniziata veramente. Poi ho avuto le prime due gare difficili con la Red Bull e i media mi hanno semplicemente divorato. Tutto ciò che ho detto alla stampa è stato trasformato scusanti per la mia forma, e nessuno mi ha davvero difeso. […]
Non mi sentivo davvero supportato e trattato allo stesso modo degli altri prima di me. E per me è qualcosa che non posso accettare. Mi stavo facevo il culo ogni giorno, cercando di ottenere risultati per la squadra, ma non mi venivano dati tutti gli strumenti di cui avevo bisogno per avere successo. Avrei voluto provare ad offrire soluzioni, ma la mia voce non è stata ascoltata, o ci volevano settimane per vedere i cambiamenti.
Non sarei mai stato adatto a quel posto – semplicemente non avrebbe mai funzionato.”

Pierre Gasly
L’errore di Gasly durante i test invernali 2019

Da queste parole emerge immediatamente tutta la frustrazione che il pilota francese deve aver provato durante la breve parentesi in Red Bull, mista alla sensazione di impotenza, quasi che il suo aiuto non fosse richiesto, perché erano a posto così, con Max.
Ma è davvero questo l’atteggiamento di Marko ed Horner? Due che da sempre puntano sul programma giovanile. Ma “giovane” non è anche sinonimo di qualcosa ancora in evoluzione, che necessita di punti di riferimento, stimoli e appoggio? O quantomeno tempo.
Pare invece che per tutto questo, tempo non ce ne sia.
Ed infatti vediamo come si è conclusa la parentesi Red Bull di Pierre Gasly.

Prima di partire per le vacanze ho chiamato il nostro team principal, Christian Horner, solo per chiedergli cosa avrei potuto fare di più nei fine settimana di gara per migliorare e per vedere se poteva dare un’occhiata più da vicino al mio lato del box. Christian ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile.
Ma Helmut Marko mi ha chiamato mentre ero in vacanza in Spagna e ha detto: “Ti rimanderemo alla Toro Rosso in cambio per Alex Albon. Non significa che con noi è la fine della storia. Ma con tutto il rumore dei media riteniamo che sia meglio.”
È così che va. È la Formula 1.

Pierre Gasly
Gasly con Christian Horner, team principal della Red Bull

Così sarebbe finita tra la Red Bull e Pierre. Eppure solo ora emerge tutta la storia, mentre prima d’adesso lo stesso Gasly aveva più volte eluso l’argomento. Probabilmente per accordi presi, o per non compromettere la sua posizione nella speranza di un ritorno. Speranza che sappiamo averlo accompagnato per molto, fin quando questo autunno qualcuno non ha associato il nome di Gasly alla Renault, oggi Alpine.
Ciò rappresenterebbe un taglio netto, una completa fuoriuscita del pilota dal labirinto Red Bull, così tossico e opprimente per la sua personalità, per l’umana fragilità che caratterizza noi tutti.

Eppure, dopo tempo, anche la Red Bull torna a parlare, velatamente, della parentesi Gasly.
Certo, dall’alto di chi la nave la manovra, ma forse non hanno gradito l’apertura ai media dell’ex pilota di scuderia.
Oltre ad una serie di commenti di Horner, successivi a Monza, come “Vali quanto la tua ultima gara. E Pierre guida come chi non ha niente da perdere”, oggi anche Helmut Marko rigira il coltello nella piaga, tornando a paragonare il pupillo Max Verstappen al pilota Alpha Tauri:

“Se Max avesse guidato la AT02  (stessa macchina di Gasly) direi che avrebbe sicuramente guadagnato due o tre decimi in qualifica. Avrebbe fatto il tempo di Gasly meno due decimi e mezzo.”

Helmut Marko

Nel corso della stessa intervista fa anche cenno al fatto che Pierre abbia già raggiunto il suo apice, avendo ormai esaurito i margini di miglioramento auspicabili, mentre tutto il potenziale risiede nel giovane Yuki Tsunoda, definito da Marko “un diamante grezzo”.

La line up 2021 dell’Alpha Tauri, da sinistra Yuki Tsunoda e Pierre Gasly


Giunti alla fine della ricostruzione di un rapporto breve ma certamente intenso e sofferto, vanno tirate le somme.
Via i sentimentalismi, siamo in Formula 1. Ciò che conta è la vittoria. Lo sanno bene Horner ed Helmut Marko, che la cercano (invano) da diverso tempo. Tempo che non va perso dietro chi ne ha troppo bisogno. Tempo ed attenzioni da spendere per il cavallo vincente.

Monza 2020

Eppure la storia di Pierre Gasly, una storia di successi, cadute e redenzione, ci aiuta a ricordare che sotto il casco qualcuno c’è, ci sono persone.
Persone che probabilmente non interessano al muretto Red Bull. È l’atleta che conta.
Vero. Ma l’atleta non è solo corpo. L’aspetto mentale e psicologico è preponderante, specie in uno sport come questo. E fino a che non si darà conto e peso a questo aspetto, gli amici di Milton Keynes faticheranno a trovare una macchina da guerra ad immagine e somiglianza di Max Verstappen.

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Marisa Russo

Classe 1997,
studentessa di Giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli.
La Formula 1 ed il motorsport non sono una passione, ma un retaggio culturale.

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