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La F1 degli anni 70-80, ci ha regalato alcuni degli “acrobati” di uno sport che a volte non hanno riavuto indietro quanto in realtà hanno donato a tutti noi. Uno di loro è Ronnie Peterson, talento puro dell’ automobilismo. Che pur non essendo riuscito a raggiungere il titolo di Campione del Mondo di F1, è entrato nella storia e nella leggenda di questa disciplina.

Bengt Ronnie Peterson nasce a Almby, frazione di Örebro, una cittadina di circa 1300 abitanti della Svezia centrale, il 14 Febbraio del 1944; da Bengt Henrik Peterson e Maj-Britt Pettersson (il cognome di sua madre era molto simile a quello del padre).

Suo padre è un panettiere con la passione per le corse, che si cimenta nelle gare amatoriali di quell’ epoca con delle monoposto (se così possiamo chiamarle) costruite nel garage di casa. Oltre che in piccole gare motociclistiche su ghiaccio e sporcizia, conosciute come speedway, molto in voga verso la fine degli anni 40.

Le gare amatoriali cui partecipava il padre di Ronnie

Durante questo periodo conosce molti altri piloti che hanno costruito le proprie auto da corsa e gareggiano gli uni contro gli altri. Tra loro c’è Sven Andersson, con il quale Bengt lega immediatamente. Iniziando una grande amicizia, sia sulle piste che fuori, che porteranno avanti per tutta la vita. I due, entrambi appassionati di meccanica si lanceranno nella costruzione delle proprie auto. Portando ad assistere  alle loro prime gare il piccolo Ronnie fin dall’età di 3 anni.

Le corse però costano, e Bengt, ormai padre di due figli ben presto deve pensare alla famiglia. Cercando di curare gli interessi dell’ attivita’ di produzione di prodotti da forno iniziata tanti anni prima. Decide così intorno al 1951 di vendere la sua auto da corsa, cercando di prendere una certa distanza dal mondo del motorsport.

Ma suo figlio Ronnie, ha già ereditato la sua inclinazione per la meccanica. Mostrandosi fin da subito interessato a quel mondo che lui aveva dovuto lasciare dietro di se.  Ed infatti , insieme a suo fratello minore Tommy, costruisce con una specie di “scatola di sapone”, di legno con quattro piccole ruote. I due fratelli Peterson la usano per correre giù dalle discese delle strade di Örebro, rendendo il paesino un posto “un po’ meno sicuro”.

Anche a scuola, gli insegnanti si rendono conto ben presto che l’apprendimento scolastico non è una delle priorità di Ronnie. Il ragazzo infatti porta sempre con sé alcune parti meccaniche o dei modellini di auto su cui lavora anche durante le lezioni.

E come se non bastasse, Ronnie, fuori dalla classe ha apportato anche alcune modifiche alla sua scuola. Ha realizzato nel cortile una pista ciclabile ad alta velocità per emulare il suo idolo “Varg-Olle” Nygren, un pilota svedese di quegli anni e nel boschetto vicino ha tracciato un’ altra pista ciclabile.

Suo padre nonostante tutto ne è orgoglioso: quel ragazzo gli somiglia molto. E in lui riemerge la passione per le auto fatte in casa. Costruisce un’auto (o almeno così la considera il piccolo Ronnie) che sembra un incrocio tra un trattore e un go-kart. Equipaggiandola con il motore di un ciclomotore da 50 cc che gli permette di raggiungere 12 Km/h.

Ronnie con il fratello minora Tommy (al volante) sul loro piccolo “trattore”

Al piccolo Ronnie quel giocattolo piace da impazzire al punto tale che divertendosi a girarci ne consumano letteralmente il motore. Bengt, compiaciuto se ne accorge ed invece di rinunciare alla riparazione del mezzo, lo equipaggia con un motore Husqvarna da 118 cc. Con quel motore, il trattore raggiunge i 40 km/h e proprio quello sarà il primo veicolo con cui Ronnie potrà fare qualche giro in pista.

Gli viene finalmente permesso infatti, di fare alcuni giri come parte di una gara all’Adolfsberg Motor Stadium, una installazione di Örebro. Nella quale i piloti amatoriali di varie categorie potevano competere in piccole gare.

Ronnie ha 12 anni e continuerà a correre in quei campionati amatoriali fino al 1961. Quando terminata la scuola all’ età di 15 anni, inizierà a lavorare come meccanico presso una officina Renault della zona.

La sua voglia di correre, e la passione per le auto si manifestano in maniera ancora più evidente quando nel 1961 una pista di go-kart apre i battenti vicino alla sua casa.

Da quel momento in poi Ronnie ne diviene ospite fisso e nel 1962 con il denaro messo da parte lavorando in officina inizia seriamente a fare kart. I mezzi naturalmente, glieli costruiscono papà Bengt con l’aiuto del vecchio amico Sven Anderssonn ed è roba raffinata per quell’epoca.

Tanto che il giovane e biondo svedese, si impone prima in patria laureandosi un anno dopo Campione di Svezia 1963 e poi nei due anni successivi anche in Europa a suon di successi.

Un giovanissimo Ronnie Peterson campione, sul suo go kart

Ormai ha deciso che quello sport sarà la sua vita; proprio per questo nel 1966 vuole tentare il grande salto verso le monoposto di F3 nel campionato svedese.

E sempre con l’aiuto di Bengt e Sven che hanno costruito per lui la “SveBe”, così chiamata utilizzando un acronimo dei loro nomi. È una copia della Brabham F3, che spopola nei piccoli team di quegli anni. Un auto di cui hanno acquistato il telaio originale da Kurt Ahrens prima dell’inizio della stagione e di cui hanno in parte riprogettato insieme la meccanica. 

Ronnie Peterson sulla “SveBe” in F3

L’inizio non è facile. Alla prima gara a Karlskoga,  Ronnie ha un brutto incidente; perde il controllo della vettura in una curva e finisce a testa in giù nella foresta che in alcuni tratti costeggia il circuito. Ma ne esce miracolosamente illeso e sempre più deciso a continuare la sua carriera di pilota nonostante tutto.

Nel 1967 e nel 1968 Ronnie prende parte a molti eventi di “Formula 3” nazionali e internazionali. Gare che gli aprono sempre più la strada verso la Formula 1.

Il suo talento naturale viene infatti immediatamente riconosciuto dal team Tecno, una squadra italiana che gli propone un contratto per l’intera stagione 1968 come pilota ufficiale. Peterson vince il titolo di quell’ anno, ripetendo il successo anche l’anno seguente il 1969.

Nel 1969 in particolare ottiene un’impressionante vittoria alla prestigiosa gara di F3 del Gran Premio di Monaco. Battendo il suo connazionale Reine Wisell dopo una battaglia ruota a ruota.

Monaco tradizionalmente è la vetrina dei migliori giovani talenti ed a molti è servita come trampolino di lancio per la Formula 1. Sarà così anche per Ronnie.

Peterson infatti farà il suo debutto in Formula 1 l’anno successivo, il 1970, con una March cliente iscritta dal team Antique Automobiles. Disputando due gran premi con quel team ed altri quattro con la Colin Crabbe Racing, sempre su una March 701. Le prestazioni di Ronnie realizzate con vetture decisamente poco affidabili, seppur senza punti in classifica, attirano comunque l’attenzione della casa ufficiale. Che presto gli offre un contratto da pilota titolare per il 1971.

Ronnie Peterson con la March nel 1971

E il giovane svedese conferma la fiducia che il team March STP, aveva riposto in lui per quella stagione. Ottenendo cinque secondi posti e classificandosi secondo nel Campionato del Mondo di F1 1971, a 29 punti da Jackie Stewart. Una gran bella soddisfazione per un ragazzo di Örebro; che in poco tempo è passato dal volante di un kart a quello di una F1, sulle piste internazionali, con i grandi di quello sport.

Ma a Ronnie, nonostante il successo, non interessano molto le copertine dei settimanali, lui vuole guidare e vincere. E quello stesso anno lo fa partecipando anche al campionato europeo di Formula 2. Di cui rivendicherà la corona di campione conquistando 5 gare su undici, in quella serie.

Purtroppo, la stagione seguente, quella del 1972, non si rivela altrettanto appagante. Come al solito infatti ci si mette di mezzo la scarsa competitività della March. La nuova monoposto, denominata 721, è difficile da mettere a punto e si rivela anche poco affidabile. Tanto che nel tentativo di migliorarne le prestazioni ne vengono sviluppate, pur senza grande fortuna, due versioni denominate G e X.

È un fallimento su tutta la linea. Le vetture continuano ad essere inferiori a tutte le altre avversarie finendo spesso a fondo classifica o addirittura non terminando affatto alcune gare.

Ma Ronnie è tenace, arpiona comunque un secondo posto nell’inferno verde della Nordschleife. Tanto per dimostrare che era la macchina a non andare e non il contrario. Il suo compagno di squadra, è un giovanissimo Niki Lauda alla sua prima partecipazione al campionato del mondo di F1. L’austriaco è veloce ma non abbastanza ed all’ inizio subisce molto la velocità di Peterson, risultandone spesso sovrastato.

Le soddisfazioni di quell’ anno però, per Ronnie, vengono da un altro campionato. Dove lo svedese corre in contemporanea alla F1: èil Mondiale Sport Prototipi.

Peterson viene affiancato all’ australiano Tim Schenken, alla guida della Ferrari 312PB, nella 1000 km di Buenos Aires che vinceranno insieme quell’ anno. Purtroppo sarà l’unica partecipazione ad una gara ufficiale dello svedese con il marchio del Cavallino. Che verrà comunque ricordata da Enzo Ferrari nel suo libro “Piloti che gente”, il quale descriverà così il pilota svedese:

“Alto, biondo, dinoccolato: un tipo come Hawthorn. Corse con le vetture Sport prototipo Ferrari nel 1972 ed era, come in Formula 1, pilota estremamente veloce.”

Ma Ronnie cerca ancora la sua prima vittoria in F1 e la March, una squadra gestita con un budget ridotto e scarsi mezzi tecnici, non sembra in grado di potergli fornire l’occasione giusta per poterla agguantare.

Proprio per questo lo svedese inizia a guardarsi intorno. In cerca di una scuderia di più alto livello che possa assecondare la sua voglia di vincere. E nel 1973, per Ronnie si aprono le porte della Lotus di Colin Chapman.

Ronnie Peterson mentre festeggia con Colin Chapman

La scuderia del Genio inglese, gli mette a disposizione un grande classico; quella Lotus 72D che nonostante sia alla quarta revisione, risulta ancora affidabile e competitiva assicurando ottime possibilità di vittoria.

In realtà, inizialmente, le difficoltà per Ronnie proverranno proprio dalla vettura, sensibilissima alle variazioni, veloce e performante solo a seguito di un setup millimetrico. Quella macchina per lui è un grosso problema, che risolverà soltanto dopo aver adottato le regolazioni del compagno di squadra, Emerson Fittipaldi, sulla propria monoposto.

Diventerà, in questo modo, molto più veloce anche del collega brasiliano. Accendendo una rivalità tra lui, chiamato a dimostrare le sue qualità, e Fittipaldi, già campione del mondo, particolarmente aspra. Quel contrasto mette in difficoltà il team, che chiede a Peterson (almeno per quell’ anno), di mettersi al servizio di Fittipaldi, per aiutarlo a vincere di nuovo il Mondiale.

Fino alla vigilia di Monza, le cose tra i due vanno abbastanza bene. Anche se tra rotture e grossolani errori del muretto, i due si erano già sfilati a vicenda diversi punti. E a quel punto, Emerson deve per forza assicurarsi il successo nelle restanti tre gare, per riconfermarsi campione.

Colin Chapman sa che la lotta tra i suoi due piloti non finirà così. E non crede alla possibilità di veder vincere le tre gare mancanti al brasiliano. Non impartisce, così, alcun ordine di scuderia (forse intuendo che non sarebbe stato rispettato…) e preferisce che siano loro a vedersela in pista.

Ronnie conquista la pole position di quel GP d’Italia e di forza conquista in gara il suo quarto successo stagionale. Escludendo di fatto il compagno di squadra dalla lotta per il titolo del 1973.

Fittipaldi non accetterà mai l’inerzia di Colin Chapman in quella situazione e profondamente amareggiato dall’ accaduto, lascerà la Lotus alla fine di quell’ anno per unire la sua carriera alla McLaren.

Ronnie è il nuovo primo pilota della Lotus, per il 1974. Il suo terzo posto, in classifica mondiale nel 1973 fa ormai di lui un driver solido ed esperto. Che, oltre alle quattro vittorie, ha guadagnato due secondi posti e ben nove pole position. Pronto al ruolo di campione del mondo, un titolo che senza i ritiri di Barcellona e Zandvoort avrebbe potuto guadagnare già nel 1973.

La carriera di Peterson sembrava ormai spianata. E’ primo pilota di un’ ottima squadra. E il suo compagno per il 1974 – Jackie Ickx – proveniente dalla Ferrari, è in fase calante almeno per quanto riguarda la F1. La situazione ideale insomma per raggiungere l’iride.

Ma ancora una volta qualcosa non funziona, impedendo a Ronnie di affermare il suo talento in pista. Questa volta il suo problema è la Lotus 76; una delle monoposto meno riuscite del team inglese che in quella stagione diede non pochi grattacapi sia al team che ai piloti.

Era stata montata infatti una frizione ad azionamento elettronico, che anticipava le moderne trasmissioni semiautomatiche montate sulle successive vetture da Formula 1. Il sistema di controllo era stato montato nella leva del cambio per rendere più rapide le cambiate. E per il team la Lotus 76 doveva rappresentare un grande passo avanti. In realtà la scarsa affidabilità dell’ intero apparato fu subito evidente. Costringendo la  squadra dei progettisti – con in testa Colin Chapman – ad una radicale revisione della monoposto.

Dal canto loro sia Peterson che Ickx, entrambi insoddisfatti delle prestazioni della vettura, chiedevano a gran voce il ritorno alla precedente Lotus 72, da riproporre in pista per l’ennesima volta magari in revisione “E”.

Ronnie Peterson sulla Lotus 72 E del 1974

La Lotus, inizialmente orientata ad una versione “B” della 76, dovette cedere alla fine alle loro richieste. Anche di fronte ad altri problemi emersi con l’installazione del nuovo motore, ulteriore fonte di avarie meccaniche.

Parte del mancato successo di quel progetto venne anche attribuito dal team, alle scarse doti di collaudatore del pilota svedese, come ricorderà in seguito Ralph Bellamy, allora progettista Lotus:

“Ronnie non era un buon collaudatore, ma era incredibilmente dotato. In termini di controllo della vettura e di abilità era incredibile. Ma tendeva a girare intorno ai problemi. Ricordo a Zandvoort, mentre assistevo la sua macchina lui venne da me e mi disse: ‘C’è sovrasterzo, terribile sovrasterzo’. Così regolai diversamente la macchina per cercare di risolvere il problema. Lui tornò indietro e disse ‘Ancora sovrasterzo.’ Io dissi ‘Ronnie ho cambiato molto la macchina, cosa diavolo c’è che non va?’ Lui rispose ‘Bene, dal momento che non posso entrare in curva, devo buttarla dentro e lei scivola in sovrasterzo ed è veramente difficile da controllare!’ Dissi ‘Per l’amor di Dio, tu hai del sottosterzo!’ E lui disse ‘Bene, sì, suppongo.’ E questo era Ronnie. Lui amava guidare le macchine forte.”

Ma nonostante tutto, rispolverata la vecchia Lotus 72 adattata allo step “E”, Ronnie vincerà ancora tre GP risultando quinto in graduatoria a fine campionato.

Il 1975 è un altro brutto anno per la Lotus. Peterson e Ickx sono costretti a guidare l’ arcaico modello 72, che sta ormai davvero iniziando a mostrare la sua età. Per Ronnie, zero podi, piazzamenti peggiori di Ickx e l’onta di essere surclassato anche da piloti che solitamente in pista lo avevano sempre guardato da dietro.

Solo la vita privata regala soddisfazioni al pilota svedese, che nel 1975 sposa Barbro, la fidanzata che sin dal 1969 lo accompagnava ad ogni gara. Nello stesso anno nasce la figlia Nina-Luise, alla quale Ronnie e Barbro avevano voluto dare il nome della vedova di Jochen Rindt, legata da una profonda amicizia alla moglie di Peterson.

La pista però continua dargli molti dispiaceri anche l’anno successivo, il 1976. Peterson stanco dei problemi della Lotus aveva firmato per il team Shadow. Una squadra statunitense di F1 che iniziava a mostrare buone prospettive di competitività. Sperando di poter raggiungere insieme a loro finalmente la vetta delle classifiche.

Ronnie Peterson e la Lotus 77 del 1976

 Ma il proprietario della Lotus Colin Chapman non vuole lasciarlo andare.  Sa che Ronnie ha talento da vendere e lo convince a rimanere con la Lotus con la promessa di accelerare il ritmo di sviluppo del modello 77.  

E Ronnie cede, anche lui sa che Chapman è pur sempre un grande progettista; e che le sue intuizioni sono comunque ben più di una semplice prospettiva di successo. Nonostante i crescenti dissapori tra lui ed il team manager inglese, legati in parte anche all’ onerosità economica del suo contratto.

La Lotus 77, almeno nei piani di Chapman, doveva rappresentare l’ennesima rivoluzione. Le dimensioni riguardanti passo, carreggiate e lunghezza, potevano essere variate in base alle caratteristiche di ogni pista. Fornendo una versatilità nel setup mai vista in precedenza su una monoposto di F1.

Ma anche quella monoposto, come molte altre del team inglese, richiede una precisione millimetrica nel settaggio, che Ronnie non ha mai amato. Risulta infatti molto efficace solo dopo una meticolosa messa a punto delle sospensioni, difficilissima da raggiungere e spaventa Peterson per la fragilità dell’ anteriore in caso di incidente.

No quella monoposto non fa per lui: condurrà la Lotus 77 soltanto nella prima gara del 1976, in Brasile. E dopo aver capito che anche quell’ anno la vettura non potrà dargli quello che vuole, se ne andrà sbattendo la porta.

Trovare un posto, a questo punto, per Ronnie diventa molto difficile; e nel momento in cui il Conte Vittorio Zanon di Valgiurata, vero mecenate della F1 Italiana, gli offre la possibilità di un volante alla March, lui non rinuncia.

Il Conte Zanon, ricco imprenditore nell’ industria del caffè, è uno dei finanziatori del team inglese. Che all’ epoca partecipa al mondiale con una vettura non proprio di primo piano e con quattro piloti che alterna a seconda della presenza dei loro sponsor sulle proprie fiancate.

È anche un grande appassionato di F1. E per il resto della stagione permette a Peterson di correre con la March 761 di Lella Lombardi, sostituendola per lasciare posto al pilota svedese.

Non sarà di certo un’ annata esaltante per Ronnie (dieci ritiri ed un solo sesto posto in Austria la dicono lunga…). Ma sarà condita da una vittoria superba a Monza. Conquistata a dispetto della evidente inferiorità del suo mezzo meccanico. Una vittoria che rimarrà nella storia dei Gran premi di F1 .

Ronnie Peterson al GP d’Italia del 1976 con la March

Peterson quel giorno parte dalla quarta fila, in ottava posizione dopo la retrocessione di Hunt, Mass e Watson per delle irregolarità rilevate nel carburante delle loro vetture. La March, in debito di potenza, non assicura grandi cose allo svedese. Che comunque spera anche nel maltempo di quel week end per riuscire ad agguantare una buona posizione.

Ed al via della corsa è un fulmine portandosi immediatamente alle spalle della Tyrrell P34 di Scheckter. A sua volta preceduta dalla Ligier di Laffitte e dall’ altra Tyrrell di Patrick Depailler. Passano soltanto undici giri e la rincorsa di Peterson lo porta in testa. Su un circuito che a causa della pioggia leggera diviene scivoloso come una lastra di ghiaccio. Una di quelle lastre dove il piccolo Ronnie aveva imparato a correre in controsterzo con il suo trattore in Svezia.  

Manterrà la testa della corsa sino alla fine del Gran Premio, vincendo quella gara da equilibrista del volante. Alla media di 206,120 Km/h e segnando addirittura il giro più veloce al 50°passaggio. Senza che nessuno dei suoi avversari possa raggiungere quel passo gara impressionante ed impossibile da mantenere.

I giornali dell’ epoca lo ribattezzarono “Super Swede” (il super svedese). Favorendo il rilancio delle quotazioni sul mercato piloti di Peterson, sempre in cerca di un posto più confortevole dove correre.

Alla fine di quell’ anno lascia la March di Max Mosley raggiungendo un accordo con la scuderia di Ken Tyrrell. Per poter disputare la stagione 1977 sulla innovativa P34B a sei ruote.

 Anche questa macchina è molto complessa e si rivela per Ronnie esattamente l’opposto di cui ha bisogno; le sue scarse doti di collaudatore, non permettono alla vettura di trovare il giusto bilanciamento. E a questo si aggiunge lo scarso sviluppo dedicato dalla Good Year, fornitrice degli pneumatici, alle piccole ruote anteriori, unicamente in dotazione alla squadra inglese. Uno sviluppo che, a causa dell’ impegno richiesto dall’imminente arrivo della francese Michelin, la casa americana abbandonò quasi ad inizio stagione.

Ancora una volta Peterson guida una vettura che, sfortunatamente, non gli si adatta; guidando come sempre oltre il limite senza preoccuparsi minimamente della messa a punto della propria vettura, concentrato unicamente ad andare forte in pista.

La Tyrrell P34 B a sei ruote di Ronnie Peterson

La stagione è ancora difficile, gli offre solo un terzo posto in Belgio, un 5° in Austria e la bellezza di 10 ritiri – da imputare soprattutto alla mancanza di affidabilità della P34B – riportando di nuovo in basso le sue quotazioni.

Per il 1978 infatti è di nuovo in difficoltà nel trovare un sedile, dopo che molte scuderie avevano declinato l’offerta degli sponsor per il suo ingaggio. E Ronnie non aveva favorito di certo la sua permanenza in F1; dopo le controversie con Lotus e March finite in malo modo negli anni precedenti. Ma nulla è per sempre: ed anche molte delle liti più accese alla fine trovano un punto d’incontro.

In questo caso è ancora una volta il Conte Zanon ad intercedere (e forse a pagare…) per “Super Swede”, proprio alla Lotus di Colin Chapman. Il quale gli assegna comunque il ruolo di gregario di Mario Andretti toccato in precedenza al suo connazionale Gunnar Nilsson, ricordando la brutta esperienza già vissuta tra lo svedese e Fittipaldi.

Andretti, da parte sua, con l’ eterogenea esperienza nelle corse maturata in carriera, aveva aiutato Chapman nello sviluppo delle sue vetture, partecipando attivamente alla realizzazione ed alla messa a punto delle soluzioni del genio inglese. È per questo che può pretendere molto dal proprietario del team che dovrà assisterlo in tutto e per tutto in quell’ anno. E Mario consapevole delle sue capacità, ma anche di quelle del compagno di squadra, vuole tutelare la sua leadership all’ interno del team, che gli deve molto.

Anche Chapman sa che al fianco di Andretti non serve un compagno di squadra ambizioso e veloce come Peterson, che potrebbe essere d’intralcio nella scalata mondiale del pilota americano. Ma accetta ugualmente la sua presenza certo che questa volta rispetterà la clausola contrattuale.

Tra l’altro la Lotus 79 era una monoposto particolarmente riuscita, dotata dell’ innovativo accorgimento aerodinamico dell’ “effetto suolo” sarebbe stata all’ altezza del successo raggiunto con la 72. Ed avrebbe sicuramente contribuito a fargli raggiungere la vetta di una classifica che mancava alla casa inglese da parecchio tempo.

Quella stagione da seconda guida comunque, non impedisce a Ronnie di conquistare ancora due vittorie (in Sud Africa e Austria), quattro secondi posti (Belgio, Spagna, Francia e Olanda), un terzo posto (in Svezia) e tre pole position (Brasile, Gran Bretagna, Austria). Posizioni di rincalzo in cui spesso rispetta il ruolo di gregario aiutando Andretti

Nonostante appaia pubblicamente sempre tranquillo però, la sua situazione contrattuale finisce presto per essere di nuovo limitante per le sue aspirazioni mondiali. E già dal GP di Olanda del ‘78 Peterson prepara la sua uscita dalla Lotus per l’anno successivo, firmando l’ingaggio con la McLaren per il 1979.

Colin Chapman nonostante questo gli prospetta anche la possibilità di continuare con la Lotus. Ma Ronnie sa che la leadership di Mario non sarebbe stata messa in discussione e capisce che deve lasciare di nuovo il team.

Giunse a Monza con la convinzione che comunque in quella gara, che già gli era stata favorevole negli anni precedenti, avrebbe fatto bene. Guadagnando punti e forse chissà se Andretti avesse avuto qualche problema anche un’ altra vittoria.

Ma fin dalle prove fu chiaro che non sarebbe stato così. Una frizione bruciata, il cambio rotto ed i problemi ai freni della sua Lotus 79 non gli permettono di qualificarsi oltre la quinta posizione in griglia. La domenica mattina, durante il warm up, per l’ errore di un meccanico, proprio mentre giungeva alla chicane si ritrova senza l’impianto frenante. Andando lungo e sbattendo violentemente contro le barriere distrugge la sua 79,  la monoposto già predisposta per la gara.

Torna ai box a piedi e, nervoso, entra nel motor-home della Lotus dove gli animi si infiammano e volano parole grosse. Peterson, pretende il “muletto”, una 79 di riserva che è stata assegnata dal team ad Andretti. Ma Chapman non cede e nell’ ennesimo alterco con lo svedese, gli rinfaccia il contratto già firmato con Teddy Mayer della McLaren per l’anno successivo. Concedendogli per la gara soltanto una Lotus 78 dell’anno precedente.

È con quella vecchia monoposto che Ronnie si schiera sulla griglia di partenza per l’ultima volta. Ancora convinto di poter comunque ottenere qualcosa dalla vettura nonostante tutto.

Ma il destino non glielo permette, ancora una volta, l’ultima.

È una partenza sbagliata quella di Monza. Dove il direttore di gara dà il via mentre ancora dalla quarta fila in poi, le vetture stanno prendendo posto sulla griglia di partenza. Ronnie è in terza fila, sesto, e non capendo esattamente cosa stia succedendo ha un’ esitazione e rimane imbottigliato in mezzo al gruppo.

Mentre da dietro, i piloti che non hanno avuto la possibilità di schierarsi arrivano in piena velocità sulle auto che hanno appena lasciato la griglia, cercando di recuperare posizioni.

L’urto è inevitabile: la Arrows di Patrese, che cerca di evitare le altre auto sfruttando i margini della pista, urta la McLaren di Hunt. La quale, a sua volta, sospinta in avanti tocca il posteriore di Peterson, sbattendo la Lotus verso destra contro le barriere interne della pista.

Il terribile incidente di Ronnie Peterson a Monza nel 1978

La monoposto rimbalza e riattraversando la pista si schianta definitivamente contro le barriere di sinistra, incendiandosi, in una sfera di fuoco. L’incidente coinvolgerà anche altri piloti sopraggiunti nel frattempo, tra i quali subirà le più gravi conseguenze Vittorio Brambilla con la March. Che perde conoscenza, colpito da una gomma staccatasi da una delle auto,

L’incendio della Lotus viene spento quasi immediatamente dai commissari di pista. Consentendo a Regazzoni Merzario, Hunt e Depailler di intervenire e soccorrere Peterson, cosciente ma ferito gravemente agli arti inferiori.

La disorganizzazione dei soccorsi, in uno scenario spaventoso cosparso di rottami fumanti e occupato da giornalisti in cerca di scoop, costringe la polizia a erigere un muro umano impedendo a chiunque di avvicinarsi a Peterson. Incluso il consulente medico chirurgico della F1, il professor Sid Watkins.

Ronnie rimarrà sdraiato in mezzo alla pista dove è stato adagiato, in attesa di cure mediche, per circa 18 minuti. Confortato solo dai colleghi che cercano di dargli coraggio in attesa di un’ ambulanza.

Lo scenario dell’ Incidente di Ronnie Peterson a Monza 1978 (al centro Ronnie sdraiato a terra in attesa dei soccorsi).

Le sue condizioni in realtà, visto lo stato vigile, non avevano indotto nessuno a pensare che fosse in pericolo di vita nemmeno dopo il suo arrivo in ospedale, al Niguarda di Milano. Neanche i medici che nonostante disperassero nel poter salvare entrambi gli arti inferiori dello svedese, avevano ritenuto necessario porlo in terapia intensiva.

Quello che si sa di sicuro è che alle 19 gli ortopedici lo portano in sala operatoria ritenendo opportuno un intervento chirurgico per la riduzione delle fratture. E che anche il professor Watkins partecipa all’operazione contando 27 ossa rotte sulla radiografia.
Ma durante la notte le condizioni di Ronnie peggiorano. Ha sviluppato problemi respiratori e viene attaccato ad un respiratore meccanico.

Un’embolia si è formata nei suoi polmoni e a Ronnie viene riscontrato un danno irreversibile al cervello. Questo fino a quando non viene dichiarato morto alle 9:11 dell’11 settembre 1978.

Sir Jackie Stewart, anni dopo, ebbe modo di dire al suo riguardo:

“Guardare Peterson derapare con una Lotus 72, attraverso Woodcote, valeva da solo il prezzo del biglietto di accesso alla gara di Silverstone”.

Ronnie Peterson è un personaggio dell’ automobilismo sportivo, spesso trascurato e sottovalutato. Ma che sarà sempre ricordato, come quello che avrebbe dovuto essere non solo un campione del mondo, ma anche uno dei grandi di questo sport.

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