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Questa settimana la storia di Bruce McLaren a Full Gas podcast #13. È una storia che racchiude l’essenza delle corse automobilistiche, della passione per la meccanica, della sfida in pista e dell’ umanità di uno dei padri della F1 moderna. Quella dell’ uomo che nonostante le difficoltà fisiche ha lasciato un’ impronta fondamentale su tutto il motorsport.

Bruce Leslie McLaren nacque il 30 agosto 1937 ad Auckland, in Nuova Zelanda da Les & Ruth McLaren.

Suo padre Les (soprannominato “Pop”) dopo aver guidato le petroliere per la Texaco/Caltex Oil Co., aveva investito tutti i suoi risparmi in una stazione di servizio con officina a Remuera. Una sperduta località vicino ad Auckland, alla fine del 1936.

L’officina e stazione di servizio di Les McLaren a Remuera

Quella della meccanica era una attività che Les McLaren aveva coltivato sin da ragazzo, appassionato com’era di corse motociclistiche. Ma dopo aver partecipato ad alcune competizioni agonistiche australiane, era stato costretto a rinunciare alle gare. A causa di un infortunio occorsogli prima della nascita di Bruce.

Aveva iniziato così a correre a livello di club, dopo il lavoro. Cercando di mantenere sempre vivo quell’ amore per i motori che avrebbe in seguito trasmesso a suo figlio.

Il piccolo Bruce dopo essere tornato dalla Meadowbank Primary School, la scuola che frequentava in quegli anni, infatti spende tutto il suo tempo libero a curiosare nell’officina di famiglia.

Il Piccolo Bruce McLaren

I suoi primi anni di vita sono spesi giocando  a “schivare” gli angoli dei negozi sulle due ruote del suo triciclo. E come ricorderà in seguito “prendendo in prestito chiavi inglesi ed attrezzi per riparare la mia ‘macchina da corsa’, proprio quando in officina ne avevano bisogno“.

È un ragazzo vivace, ama i motori e conosce a memoria tutte le auto che suo padre ripara. Sapendo sempre dove mettere le mani per dare un aiuto. Una qualità non comune in un bambino di quell’ età che rende fiero Les di quel figlio che tanto gli somiglia.

Ma il destino dei McLaren sembra non voler loro regalare quella serenità che speravano di poter ottenere. Bruce gioca spesso a rugby e durante una partita cade. E nel 1946, all’ età di nove anni, gli viene diagnosticata la malattia di Legg-Calvé-Perthes una degenerazione della testa del femore e delle anche che può portare anche alla paralisi delle gambe.

Il responso dei medici sembra definitivo. Probabilmente Bruce non potrà più correre dietro ad un pallone da rugby, lo sport che ama tantissimo. Rassegnandosi a passare la propria adolescenza in compagnia di un paio di stampelle. Ma la speranza di una cura sperimentale gli potrebbe dare una possibilità.

McLaren trascorre infatti i due anni successivi nella Wilson Home di Takapuna, una clinica australiana, su un “Bradford Frame”. Uno speciale letto di trazione utilizzato all’ epoca per malattie o fratture della colonna vertebrale, dell’anca o del bacino.

Bruce McLaren (in primo piano) sul suo “Bradford Frame”

24 mesi dopo il piccolo Bruce lascia il suo letto. Ricomincia a camminare e fa sforzi incredibili nel tentativo di ritornare alla normalità dei suoi giochi. Delle stampelle che è costretto a portare Bruce fa uno strumento utile per migliorare il proprio fisico e le sue braccia. Che per sostenere quel corpo tormentato dalla malattia, divengono con il tempo molto forti.

Riuscirà dopo qualche anno a riprendersi, anche se la gamba sinistra è più corta della destra e quando cammina si vede che zoppica. Ma lui non sembra mai soffermarsi molto su questo e adatta il suo modo di camminare a quella zoppia latente, correggendo con un plantare anche quella difficoltà.

Non permetterà alla sua disabilità di limitare la sua vita. Ed è così che inizia una scuola per corrispondenza con un tutor per tornare in pari con gli studi. E nel 1951 frequenta il Seddon Technical Memorial College studiando ingegneria.

Ma a Bruce piace anche sporcarsi le mani con i motori e continua l’attività a fianco del padre nell’ officina di famiglia. Ama le auto e i motori ad un punto tale che presto vuole cominciare a guidarle. Ed a correre.

Le corse automobilistiche infatti sono ormai tutto ciò a cui riesce a pensare. Ed è per questo che suo padre porta a casa una vecchia Austin Ulster, rimorchiata dietro il suo camion. Sperando di avere abbastanza pezzi di ricambio per farla partire. Ci vorrà quasi un anno per assemblare le parti, ma quella sarà la prima auto McLaren…

Un giovane Bruce McLaren, lavora sulla sua Austin Ulster

“La mia carriera nelle corse automobilistiche era iniziata” ricorderà in seguito. “Non saprò mai come mamma sopportava me e papà, con il tavolo della cucina coperto di pezzi di motore durante i pasti. Diceva sempre alle vicine: ‘ Se avessi dato loro pane secco e acqua non se ne sarebbero accorti ’ “

Non appena l’Austin fu “guidabile”, suo padre le fece fare solo un giro. Era tutto quello che poteva fare con un’ auto dalla manovrabilità terribile e con una frenata inesistente. Dopotutto, l’auto sarebbe dovuta appartenere al giovane Bruce non appena fosse abbastanza grande per ottenere una patente. E Les pensava che si trattasse di una vettura troppo potente per le sue capacità. Così pensò di venderla e disfarsene: ma a Bruce quell’ auto aveva ispirato qualcos’altro.

All’ età di 15 anni, avendo già imparato a guidare, conseguì quella patente che gli permise di trattenere in garage la Austin e decise che l’avrebbe fatta correre. Era un fatto abbastanza normale in una terra come la Nuova Zelanda dove le leggi erano, per così dire, “meno restrittive” di quelle europee.

E così una domenica mattina, mentre Les è in ospedale per un piccolo intervento, il giovane Bruce, a 15 anni, partecipa al suo primo evento. Una salita in collina a Muriwai Beach, a circa 40 chilometri da Auckland. Le sue parole di avvertimento al giovane furono brevi: “se danneggi anche un parafango, l’Ulster è andata per sempre! “.

Bruce McLaren e la sua Austin durante la gara di Muriwai Beach

Bruce parteciperà a quella gara indenne, ed in seguito a molte altre. Mettendo in luce una preparazione tecnica sempre più approfondita che lo mette in grado di sfruttare appieno le caratteristiche del mezzo, di cui studia e collauda le modifiche.

Nel 1956, Bruce compie il primo passo verso una carriera professionistica acquistando a nemmeno 19 anni una Cooper di F2 usata. Non si trattava di una vettura qualsiasi. Quella vettura era appartenuta a Jack Brabham, la leggenda australiana che McLaren per anni definì come il suo “spirito guida” nel mondo dell’ automobilismo.

Bruce, il meticoloso studente di ingegneria meccanica, che studiava ogni singola vite di quel mezzo per lui fantastico, decise di consultare proprio “Black Jack”. Scrivendogli spesso per ottenere da lui i consigli migliori su come ottimizzarne le prestazioni.

Brabham rimase colpito dall’atteggiamento di Bruce e iniziò già durante il 1957, a seguire le prestazioni del ragazzo in pista. Capì che quel giovane aveva stoffa e passione e nell’inverno dello stesso anno decise che gli avrebbe fornito la possibilità di farsi conoscere. Affidandogli una vettura per correre una corsa non titolata, in Nuova Zelanda ad Ardmore.

L’affermato pilota australiano riuscirà infatti ad inserirlo in un programma della New Zealand International Grand Prix Association. Permettendogli di correre con una Cooper T39 “Bobtail”, una vettura turismo della scuderia Cooper. Fu in quell’ occasione che McLaren venne scelto come “Driver to Europe” nell’ ambito di una selezione indetta dalla casa inglese.

Bruce McLaren al volante della Cooper T39 “Bobtail”

Sarà un successo per Bruce e la conferma per Brabham di aver scoperto un talento.

Il giovane pilota neozelandese abbandona gli studi universitari e lascia la Nuova Zelanda il 15 marzo 1958 per l’Inghilterra. Con il suo buon amico e meccanico Colin Beanland.

Nel suo primo anno da pilota professionista in Inghilterra Bruce guidava per John Cooper della Cooper Cars che abitualmente lo definiva il suo “giovanotto”. E nessuno conosceva il suo nome o perché fosse arrivato lì. Tranne Jack Brabham e i fratelli Cooper che avevano assunto il giovane neozelandese senza soldi, ma solo dandogli la possibilità di costruire la loro vettura e correre in F2. Resterà con loro per sette anni.

Fu proprio nel 1958 al Gran Premio di Germania, in una gara combinata di F1 e F2 al leggendario Nurburgring, che altre persone iniziarono a conoscere il suo nome. McLaren si era classificato quinto assoluto e primo con una vettura di F2. Piazzandosi accanto a Tony Brooks, che quel giorno aveva vinto la gara di F1 su una Vanwall.

L’ascesa di Bruce diventa inarrestabile, ormai è uno dei talenti emergenti di una F1 che inizia ad essere il punto di riferimento di tutto il motorsport mondiale. Aumentando la propria popolarità verso il grande pubblico.

È proprio per questo che nel 1959, a McLaren viene offerta l’occasione della vita. Quella di poter partecipare alla sua prima stagione di F1 con la Cooper insieme al suo mentore Jack Brabham.

“Black” Jack Brabham : lo “spirito guida” di Bruce McLaren

Sarà un anno decisivo in cui, mostrando al mondo intero il suo talento, l’ attività in pista culminerà con la vittoria al GP degli Stati Uniti del 1959. McLaren sarà per molto tempo il più giovane vincitore di GP avendo raggiunto la vittoria all’età di 22 anni e 104 giorni. Un record abbattuto solo dopo 43 anni da un altro neozelandese, Scott Dixon. Che divenne il più giovane vincitore su auto a ruote scoperte, all’età di 20 anni, 9 mesi e 14 giorni vincendo il Gran Premio di Lehigh Valley in formula Indycar.

Nel 1960 dopo aver vinto il Gran Premio d’apertura in Argentina, Bruce deve accontentarsi di fare da scudiero al proprio caposquadra “Black Jack” Brabham. Che sempre al volante di una Cooper a motore posteriore raddoppia il titolo mondiale conquistato l’anno precedente. Durante quella stagione, McLaren chiude il mondiale in seconda posizione concludendo a podio tutte le gare alle quali partecipa, ad eccezione del GP d’Olanda.

È un’ occasione per accumulare esperienza, per consolidare quella capacità di analisi tecnica di cui ha mostrato di disporre per poter ottenere la vittoria assoluta in campionato. Bruce è così: dedizione al lavoro e ricerca continua di miglioramenti che spingano ancora più in alto lui e la sua vettura.

In realtà negli anni successivi, dopo l’addio alla Cooper da parte del suo mentore Brabham proiettato verso la nascita di una sua scuderia, questa caratteristica peculiare di McLaren non sarà così apprezzata.

In particolare dal suo datore di lavoro, Charles Cooper, che non è molto contento della curiosità espressa da Bruce nei confronti della tecnica delle monoposto. Per lui un pilota è solo l’esecutore di un progetto da condurre alla vittoria senza doversi preoccupare di come quel progetto possa essere sviluppato.

Un atteggiamento che Bruce non potrà accettare facilmente, e che porterà ad un progressivo raffreddamento dei rapporti personali tra lui e Cooper.

Nel 1962 McLaren onorerà comunque la sua fama in pista. Nonostante l’inferiorità della sua Cooper T60 motorizzata Coventry-Climax, nettamente subordinata alla grande rivelazione di quell’ anno la BRM di Graham Hill. Vince infatti il Gran Premio di Monaco sul tortuoso circuito cittadino ricavato tra le stradine del Principato. Mentre per il resto porterà fin dove può la vettura a punti. Classificandosi alla fine terzo nel Campionato mondiale alle spalle di Hill e di Jim Clark su una Lotus in crescita.

Nel 1963, Bruce ancora pilota della Cooper fonda dopo averne chiesto il permesso a Charles Cooper, la McLaren Racing Limited diventando semplice cliente della squadra inglese. Suoi soci sono i fratelli Timmy Meyer, che affianca McLaren come pilota, ed Edward Meyer, detto Teddy, che prende il ruolo di direttore sportivo.

La prima sede della McLaren Racing Limited

Mc Laren vuole iniziare disputando la Tasman Cup, una competizione GT famosa in Oceania, anche se in seguito il team McLaren Racing varcherà i confini di quel continente, diventando uno dei marchi più famosi della F1 mondiale.

La nuova scuderia si comporta bene già nella prima gara, riuscendo ad imporsi nella serie Tasman con una Cooper Climax 2700. Ma dopo una serie di successi e buoni piazzamenti la buona sorte dei tre subisce un tragico stop. La morte di Timmy in un incidente durante l’ultima gara di quel campionato sembra infatti voler troncare anzitempo la loro bellissima avventura.

Ma Teddy Meyer nonostante tutto vuole onorare la memoria del fratello e non molla. E Bruce in lui troverà l’alleato giusto per proseguire ancora e per continuare a correre anche in F1.

Pur continuando con la Cooper in F1, McLaren persegue con tenacia il sogno di poter costruire in proprio le vetture da portare personalmente in pista. E così, acquista una Zerex Special da Roger Penske, a quell’ epoca pilota, una vettura basata su un telaio Cooper di F1 modificato per accogliere due posti.

La Zerex modificata da Bruce

Bruce conosce bene quel telaio e dopo aver radicalmente modificato la vettura, smontandola e ricostruendola completamente, la guida in Canada a Mosport, partecipando alla serie Can-Am.

Vince quella corsa e dopo aver imposto la vettura anche in Europa, inizia la realizzazione della prima vera McLaren, la M1A, che plasma personalmente in una officina di Feltham, in Gran Bretagna.

È una GT biposto (la vera passione di Bruce) con motore Oldsmobile, conosciuta negli Stati Uniti come la “Cooper-Oldsmobile”. Un auto che avrebbe poi preso parte al campionato nord americano e della quale vennero realizzate delle versioni cliente. Richieste espressamente da Frank Nichols, proprietario della Elva Cars, un’officina di elaborazione vetture famosa in America.

La relazione si rivelerà fruttuosa per entrambe le parti proseguendo sino ai primi anni ’70. La M1A sarebbe stata sostituita dalla McLaren M1B, la prima vettura ad essere ufficialmente chiamata come il fondatore del team.

La McLaren M1B

La nuova vettura debutta a Mosport Il 26 settembre 1964, vincendo immediatamente e a partire da questo momento la carriera di Bruce McLaren si divide, nel doppio ruolo di pilota e di costruttore.

Nel 1965 Bruce corre su più fronti. Mentre costruisce la squadra, McLaren continua a guidare per Cooper in F1 partecipando con la Ford Gt40 anche a molte gare di durata, sua vera passione, in Europa ed in America.

E proprio su questi campi di gara Bruce concosce un giovane ingegnere, Robin Herd, che ha lavorato in passato nell’industria aeronautica ed è esperto di materiali ad alte prestazioni oltre che di aerodinamica.

Grazie a questo incontro capisce che ormai è pronto per il distacco definitivo e che il 1965 sarà l’ultimo anno con la Cooper. La squadra che lo ha lanciato nel palcoscenico delle gare europee ed in quello mondiale. Seguirà le orme di chi lo ha introdotto in quell’ ambiente curando la sua scuderia da pilota e da costruttore: farà come “Black” Jack Brabham.

La McLaren dovrà affrontare il nuovo regolamento che prevede nel 1966 l’utilizzo in Formula 1 di un motore 3 litri, in luogo dei vecchi 1500 ormai pronti al pensionamento. McLaren si cala nell’abitacolo per guidare e trovare le soluzioni da dare Herd e i due provano di tutto, trovando un’alternativa valida alla Ford.

Bruce al volante della F1 del 1966

Sperimentano infatti un propulsore derivato da un 4700 Formula Indy, ridotto a 3000 cc che sembra poter dare buoni risultati anche se in seguito si rivelerà carente sia in termini di potenza che in termini di durata.

Era stata però l’occasione giusta per agganciare il colosso automobilistico di Detroit, messa a punto dallo stratega Teddy Mayer. Che convince la Ford in caso di buoni risultati ad aiutare economicamente il team per il proseguimento della stagione.

La stagione 1966 per la McLaren sarà un tormento. Il motore poco potente ed i continui ritiri dovuti ai cedimenti, lasciano molto perplessi i tre sulla scelta intrapresa.

E non va meglio neanche quando il vecchio 3000 viene sostituito da un V8 Ford acquisito attraverso l’offerta della scuderia italiana “Serenissima” del Conte Volpi di Misurata. Quel motore pur essendo più affidabile in termini di durata è ancora meno potente e consente a Bruce solo di terminare il GP di Gran Bretagna dove giunge al sesto posto.

Per Bruce non si tratta comunque di un periodo totalmente negativo. Ormai legato al Marchio di Detroit, nel 1966 vince la 24 ore di Le Mans con Chris Amon su una Ford Mark IIA da 7 litri e l’anno successivo, il 1967 la 12 ore di Sebring con Mario Andretti su Ford Mark IV.

Anno nel quale le sue vetture diverranno Campioni Can-Am conquistando il titolo della categoria.

La F1 però rimane lo scoglio più duro da superare. L’assenza di un motore competitivo infatti lo costringe ad adottare sulle sue vetture il motore realizzato dalla BRM. Un connubio che in piccola parte migliora la situazione regalandogli un quarto posto al GP di Montecarlo del 1967.

Un’ altra preoccupazione tra l’altro si aggiunge a quelle del team, quando Robin Heard annuncia che accetterà la proposta di lavorare per la Ford. Che l’anno successivo vuole realizzare una vettura Cosworth a quattro ruote motrici in F1.

È un progetto che non vedrà mai la luce, ma che permetterà comunque a Heard di realizzare una ultima monoposto per la McLaren, la M7A, dotata di un motore V8 Ford-Cosworth finalmente competitivo.

La McLaren M7A

La M7A è una vettura semplice e solida e quel motore sembra l’ideale per il telaio progettato da Heard. Il suo sviluppo dopo l’ uscita dal team, viene portato avanti da Gordon Coppuck  nel frattempo divenuto progettista. E nel 1968 permette a McLaren di combattere ad armi pari con gli altri pretendenti del titolo, vincendo il suo primo Gran Premio, quello del Belgio su una macchina che porta il suo nome.

Bruce vive un periodo d’oro e pare non volersi fermare, visto che si cimenta anche nella mitica 500 Miglia di Indianapolis con un propria monoposto concepita appositamente per l’occasione.

Ma tutto si ferma l’anno successivo. Il 1969 è di nuovo un anno no e la squadra è in grado di vincere solo l’ultima gara dell’anno con Hulme a Città del Messico, mentre McLaren coglie al massimo dei piazzamenti a podio.

Bruce inizia a chiedersi se per lui indossare un casco e progettare una nuova vettura possa essere ancora possibile. Ma si, può farlo non ha neanche 33 anni e vuole ancora guidare per capire al meglio le sue vetture e migliorarle. Quindi, nel 1970, decide di continuare a correre e non appende il casco al fatidico chiodo.

La stagione non inizia benissimo per via di un ritiro nella gara inaugurale in Sud Africa, ma già al secondo appuntamento in Spagna giunge al secondo posto. A  Montecarlo Bruce aveva già vinto con la Cooper, ma anche qui la sfortuna lo perseguita perché si deve ritirare per via della rottura di una sospensione. Non sa che quella sarà la sua ultima gara.

Il 2 giugno del 1970 si reca sul tracciato di Goodwood nel Sussex, per provare la sua M8A Can Am perchè Hulme è a casa immobilizzato dopo un incidente avuto durante la 500 Miglia di Indianapolis.

Il circuito di Goodwood non è una pista sicura e far correre lì i 650 cv di quella “Bestia” è una bella sfida anche per un collaudo.

McLaren entra in pista, ma dopo appena un giro all’uscita di una curva, perde il retrotreno e la vettura impazzita sbatte contro una postazione dei commissari abbandonata.

La scena dell’ incidente di Bruce McLaren a Goodwood

Bruce muore sul colpo e tutto sembra fermarsi e con lui il mondo che aveva creato. Ma non sarà così. Teddy Mayer prende in mano la squadra e la trasporta dov’è, così come la conosciamo oggi. Mondiale, per ben 12 volte

Riferendosi alla morte del compagno di squadra Timmy Mayer, McLaren aveva scritto:

La notizia che era morto all’istante è stata uno shock terribile per tutti noi, ma chi può dire che non aveva visto di più, fatto di più e imparato di più nei suoi pochi anni, di molte persone in una vita? Fare bene qualcosa è così utile che morire cercando di farlo meglio non può essere avventato. Sarebbe stato uno spreco di vita non fare nulla con le sue capacità, perché sento che la vita si misura nel raggiungimento degli scopi, non solo con il passare degli anni.

Ci resta un Bruce McLaren, che vinse tutto e tutti. Un uomo che dopo aver sconfitto una malattia che avrebbe annullato chiunque, vinse tutto il resto che c’era da vincere.

Il Monumento a Bruce McLaren nel museo della factory

E che ha sconfitto anche il tempo, lasciando inciso il suo nome a lettere d’oro nell’ albo di uno sport che non dimentica mai i suoi miti.

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